Categorizzare le persone in base all’età è un modo facile e obiettivo, ma descrive sempre meno la realtà. L’invecchiamento è infatti un fenomeno molto differenziato: nelle persone sopra i 60 anni di età – più che il dato anagrafico – influiscono l’età desiderata e il gruppo di riferimento con il quale ci si identifica, oppure determinati eventi come il pensionamento o il diventare nonni. Ma in questi anni la popolazione degli over – 60 sta diventando di particolare interesse. Innanzitutto da un punto di vista di mercato, è infatti l’unica popolazione in aumento nei paesi occidentali e nel nord est asiatico e si stima che questa fascia sarà la responsabile del 60% degli acquisti nei prossimi 20/30 anni (già oggi spendono in viaggi molto più dei loro figli), quindi, chi vende beni e servizi, dovrebbe fin da ora attrezzarsi per raggiungere questo target di clientela.

Mick Jagger (classe 1943) in concerto

In secondo luogo, le organizzazioni dovrebbero occuparsi degli ultra-sessantenni perché ne avranno sempre di più al loro interno. L’aumento dell’età pensionabile farà aumentare rapidamente l’età media della popolazione aziendale, inoltre molte persone, giunte all’età pensionabile ancora in ottima forma mentale e fisica, non hanno nessuna intenzione di uscire completamente dal mercato del lavoro. Secondo un’indagine di Manpower (2014 Talent Shortage Survey), negli Usa oltre il 40% delle organizzazioni hanno molta difficoltà a sostituire le persone che vanno in pensione e stanno aumentando le forme di lavoro “flessibili” per poter mantenere in azienda il vasto e prezioso know how dei dipendenti senior.

Ma è interessante tornare al punto espresso sopra: categorizzare le persone in base all’età è obiettivo, ma attribuire alle persone preferenze o comportamenti in base all’età anagrafica ha grossi limiti. Insomma la nostra idea di invecchiamento è vecchia. Le rappresentazioni attuali degli over-60 si sono evolute poco e in modo superficiale rispetto al passato. Siamo abituati a pensare alle persone vicine alla pensione come a persone arrivate, che ormai hanno vissuto e si possono serenamente ritirare dal mondo del business o dalle battaglie quotidiane, ma c’è da rimanere sorpresi dalle aspettative che in realtà questi manifestano. Infatti, se la maggior parte della generazione dei baby-boomer – più delle precedenti – ritiene di meritare una “ricreazione” dopo tanti anni impegnativi in cui il tempo libero è stato sacrificato alla carriera, allo stesso tempo aspira a una “ri-creazione” di sè, che permetta di coltivare quelle dimensioni forzatamente accantonate. Grazie all’allungamento della vita si è quindi aggiunto uno stadio alla nostra esistenza, in parte assorbito dall’attività lavorativa posticipando l’età pensionabile, ma in parte ancora tutto da inventare.

UN NUOVO NOME PER I NUOVI OVER-60. La generazione dei baby boomer (nati tra il 45 e il 60) è caratterizzata dal desiderio di auto realizzazione e dalle aspirazioni narcisistiche e rifiuta categoricamente l’etichetta di anziano: non ha nessuna intenzione di sentirsi mettere da parte. Le espressioni come “anziano” che rimanda a vecchietti canuti, bonari e un po’ ricurvi che commentano i cantieri; oppure il “senior” di matrice aziendale che significa la fine della corsa, non li descrivono più. E’ da questa riflessione che il sociologo Francesco Morace nel suo libro (CosumAutori: i nuovi nuclei generazionali, Egea ) ha pensato di coniare un nuovo termine che riporta gli ultra sessantenni al centro della scena. Li ha quindi definiti Super Adulti, e questo termine porta con sè una versione “empowered” di cosa questa generazione può rappresentare per se stessa e per la società.

“Una generazione maturata seguendo i valori di libertà, indipendenza, intraprendenza e pensiero critico, si è andata a saldare a una nuova condizione creata dalla violenta crisi economica che ha investito il mercato globale. I longevi sono diventati super adulti perché in molti casi rappresentano l’ancora di salvezza per le generazioni più giovani di figli e nipoti che hanno riconosciuto in loro soggetti sui quali poter contare” (Francesco Morace)

Morace ha poi classificato i super adulti in Job Players: quelli che non vogliono andare in pensione oppure progettano l’apertura di un’attività autonoma. I Family Activists, più vicini all’idea tradizionale, ma con una marcia in più perché spesso sono di supporto e di reale sostegno economico per figli e nipoti. I Pleasure Growers, che liberi da impegni lavorativi decidono di darsi alla bella vita, dedicandosi a nuovi interessi, viaggi o sport. Infine gli Health Challengers, che per conciliare la vitalità intellettuale con alcuni limiti fisici sono i migliori clienti della filiera del wellness.

Tornando all’ambito aziendale, è ormai chiaro che i super adulti aumenteranno e le realtà più dinamiche si stanno già attrezzando per valorizzarne il contributo. Per prima cosa lavorando sulla cultura aziendale per combattere i pregiudizi nei loro confronti esaltandone l’alta etica del lavoro e il forte coinvolgimento in azienda. Come per ogni fascia di dipendenti. lo sforzo delle aziende dovrà essere rivolto a trattenere in azienda i Job Player con le stesse leve motivazionali che si usano per i quarantenni. Si inizia quindi ad intravedere una società in cui i super adulti avranno definito un nuovo modo di invecchiare e l’età avrà un significato diverso.

(Fonti: HBR lug/ago  “L’avvento dei super-adulti” Odille Robotti.   Repubblica.it “I Super Adulti protagonisti della vita sociale” (mo.zu) 10 ottobre 2016)